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Da un rincon del sur este mexicano

sabato, marzo 15th, 2014

zapatistas que bailan
Zapa, zapatista
ay mueve la cintura
que a mi me da locura
el verte así bailar!

 

#Note di viaggio: Chiapas, Oventic, San Cristobal de las casas

Quando la combi ti fa scendere davanti al cancello di Oventic, in quel rincon del sur este mexicano, quell’angolo sperduto a 2500 metri sul mare, ti gira la testa.

Per le curve della strada, per l’altitudine, perché voltandoti vedi che esistono davvero, loro, gli zapatisti, quelli con il volto coperto. Li vedi lì, proprio come in certi scatti un po’ rubati -come questi – che qualcuno ha fatto prima di te.

In quel momento realizzi che in quello spazio così fuori dal mondo, quell’ultimo angolo, il più piccolo, sei tu a sentirti fuori luogo, con addosso le tue goffe certezze occidentali, delle scarpe troppo nuove o una frenesia da orologio.

Ma l’orologio si ferma e senti proprio un sussulto al cuore, uno sbam! quando leggi davanti ai tuoi occhi, su un cartello che puoi toccare, “Aqui manda el pueblo y el governo obedece“.

Allora ti appoggi al cancello di Oventic e rispondi alle loro pazienti domande, e ti devono venire in mente le parole di Marcos per riordinare le emozioni.

A noi zapatisti non meraviglia il nostro continuo e persistente sali e scendi nella lotta per la vita, cioè, per la libertà. Quello che davvero ci sorprende è che esistano persone come voi che, potendo scegliere destinazioni più gradevoli, comode e invitanti, decidono di portare il loro cuore nelle montagne ribelli del sudest messicano“.

Tutto intorno, le montagne.
Non senti nessun rumore, obbedisci ai sensi. Al fango sotto i piedi, al freddo quando cala il sole, alla lingua degli sguardi.
Eppure lo senti quel rumore, quello del conflitto, di quella guerra silenziosa che lì si combatte in ogni momento, a bassa intensità.

Lo senti dal peso dello sguardo delle donne che passano veloci – senza guardarti -, dall’atmosfera sospesa del caracol, dalla tenerezza di un fazzoletto davanti al volto che continua ad abbassarsi ad ogni parola, dalla guardia che ti risponde con un vago “No se…” ad ogni domanda scomoda.

Qui si continua a combattere, nella calma apparente di questa selva sperduta. Si combatte una guerra che distrugge i raccolti, le piantagioni e gli alberi, che cerca di togliere la terra invadendola, che assalta e ferisce, che uccide.

Come il 27 e il 30 gennaio scorsi, con l’ultima incursione al Municipio Autonomo 17 de Noviembre, del Caracol di Morelia, dove hanno saccheggiato e distrutto il caffè e gli alberi e ferito 3 campesinos.

Non te lo raccontano e devi aspettare di tornare in Italia per cercare di capire.

E mentre cammini tra i murales di Oventic tutto questo sembra non esistere.
Come mentre cammini tra le strade di casa tua e il Chiapas sembra un posto che esiste solo su una cartina.

Eppure lo sai che tutto questo esiste e non serve la geografia o l’orologio. Perché sai che il grande comincia dal piccolo e ciò che scuote il mondo e lo trasforma in un altro possibile inizia dal basso, con un mormorio.