Archive for the ‘autonomie’ Category

No es facil

martedì, marzo 3rd, 2015

Fare lo sconto alle frenesie, non aspettarsi qualcosa.

escomplicadocuchillos

noes1

Appunti destituenti

mercoledì, giugno 18th, 2014

Chiamarsi fuori, disertare. Cercare il punto di fuga che attraversa la metropoli, riconoscerlo negli obiettivi, nella realizzazione di sé, nelle competizioni. E seguirlo.

Sentire la chiamata ammaliante dell’essere Qualcuno e scioperarla.
Diventare qualunque.

Wanted-For-Sabotage
Il carattere distruttivo non vede alcunché di duraturo. è proprio per questo scorge ovunque vie d'uscita.
Anche lì dove altri vanno a sbattere contro muri o montagne, lui intravede la sua via d' uscita. Tuttavia, proprio perché scorge ovunque una via d'uscita, deve anche sgomberarsi ovunque la strada.
Non sempre con la forza bruta, talora anche con raffinatezza.
E poiché scorge vie d'uscita ovunque, si trova sempre a un bivio:
Nessun attimo può sapere che cosa porterà il successivo, riduce l'esistenza in macerie non per amor delle macerie, ma della via di uscita che le attraversa.

Walter Benjamin

 

Per questo…
via i propri vestiti, su i black clothes che immergono nel nascondimento collettivo. Ogni fare opera comune procede da una decisione singolare che non appare nella luce dello Spettacolo, ovvero mostrando il proprio volto in quanto brand , ma assumendo in sé tutti i volti, tutti i gesti, tutti i flussi, tutti gli affetti che, insorgendo, si fanno presenza.
Distruttiva e creatrice, nello stesso momento.

Appunti per un’Ipazia degli affetti

mercoledì, giugno 11th, 2014

variazioni su Le comunità terribili 

femminile plurale

Nelle comunità terribili.
Ma anche nelle nostre fottute dinamiche.
Se nessuno ha il diritto – o riesce – a dire la verità sui rapporti umani, per le donne questo è doppiamente vero.
La donna che compie un atto di verità, che fa un uso pericoloso della lucidità per scardinare rapporti di potere e immaginari dominanti sarà immediatamente catalogata come isterica – o zavorra.

In ogni comunità terribile si fa esperienza dello stupefacente silenzio delle donne. La parola femminile de-cade, si avviluppa in se stessa, esiliata ed auto esclusa.
Una parola strana e inquietante, carnale.
A cui non viene chiesto di tacere – a volte anzi si lamenta il contrario – ma che pure pare desiderabile che lo faccia.

La parola femminile è rumore, fastidioso o anodino.
Dove non scatena diffidenze, taciute o manifeste, diffida di se stessa, cosa ancora peggiore.

L’umiliazione sistematica – il pregiudizio – è semplicemente un confine che si assottiglia, quello della follia in cui la nostra parola potrebbe darsi.

Siamo pazze, o rompicoglioni.
Salomè disturbate, cenerentole dal magma incandescente. incompatibili con l’inconscio atavico da maschio eteronormato. Irrigidito, infastidito.

Inorgoglito davanti a un’altra-forma-di-immaginario che ha voglia di toccare e mettere in discussione tutto.
Un’Ipazia dell’affettività e dei mai risolti rapporti tra uomini e donne.

Ancora oggi monosessuali, eterosessuali, antisessuali.

Retrouvez la définition de autonomie

martedì, giugno 3rd, 2014

degrado
Il solo modo di vivere la nostra vita è quello di essere assenti. Assentarsi dalle sue provocazioni, restare indifferenti ai suoi valori, lasciare i suoi stimoli senza risposta: questo è l’incubo permanente del dominio cibernetico, cosa a cui il potere risponde con la criminalizzazione di ogni comportamento di estraneità e rifiuto del capitale.

Autonomia allora significa diserzione: dalla famiglia, dall’ufficio, dalla scuola, dal ruolo maschile e femminile, da ogni tutela, da tutti quei merdosi rapporti ai quali ci crediamo obbligati. Diserzione senza fine.

14 dicembre

giovedì, dicembre 16th, 2010

autonomaC’è sempre un attimo in cui qualcosa cambia.

 Come voltarsi l’istante prima di ritrovarsi anfibi alle calcagna che non sono del tuo compagno. E sentire la precisione di un dolore secco e senza nome.

Così c’è l’attimo in cui tutte le parole, mentre stai per riconoscerle, mentre stanno per raggiungerti, alle spalle, mentre pensi che le sillabe mescolandosi ancora le rendano irreali, sono già qui e hanno cambiato le cose.

Questo è l’attimo, di cui non esiste un dopo.

 Non esiste il suono delle sirene, non esistono cicatrici a disegnare nuove geografie del corpo, non esistono le conseguenze delle parole.

 Esiste solo il cappuccio tirato ancora una volta sulla testa, il taccuino immaginario che si appunta “qui” ed “ora”, un sorriso che scappa ad alleviare il peso delle occhiaie, e la dolcezza inquieta di riprendere sotto le dita questo preciso pezzo di vita.
Con un limone da spremere sugli occhi. E la sensazione di non essersene mai andati.