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#Note di viaggio – Corridonia

domenica, giugno 8th, 2014

note di viaggio.
di notte su un divano di sciarada.

Luoghi: Ancona, Macerata, Corridonia, Rancia di Tolentino

Il treno che porta dalla romagna a sud è ricolmo. Di caldo, di desideri di mare stipati in piedi tra i vagoni.
Lo scambio di sguardi complice innesca la conversazione che arriva subito al sodo: il biglietto la prossima volta ce lo deve regalare trenitalia.

Ce lo deve regalare quel treno benedetto coi binari a due metri dalla spiaggia, che dalla riva dell’adriatico ad Ancona entra in un altro tempo, di freni bruciati, campagne e cemento misero, di paeselli in salita e di arditi.

Qui un altro pezzo di colline che abbiamo iniziato a vedere insieme, di quell’appenino tra rimini pesaro e urbino. 

Strade sempre troppo lunghe tra un borgo e l’altro, ma resistenze generose ad ogni fermata.

Il cibo è ogni volta abbondante: sughi alla spigola, agli asparagi e pomodorini, fajitas di pollo, falafel. Innaffiato con Varnelli, rigorosamente senza ghiaccio, dalla ricetta marchigiana del mistrà.
Le cucine si incontrano come i dialetti, tutti contagiosi. E nelle inflessioni di Corridonia tutti trasformano la B in V come a cuba.

La campagna odora di storie di provincia, indolenti e orgogliose. Gente tosta che si dà da fare.
Urgenza di riappropriarsi di nomi, narrazioni e immaginari collettivi, distorti o dimenticati. La Soms, società operaia di mutuo soccorso, che sull’insegna scrive “club” come fosse un pub. Corridoni e gli Arditi del popolo.

Scambi curiosi, metropoli e non metropoli che si incontrano. Nello scontro quotidiano non c’è differenza, nella radicalità è la metropoli invece a dare troppo per scontato.

Portare in giro micce di detonazione cittadine. Anche solo parlare del movimento nun te pago è dirompente.

Poi la notte.
Balli sotto le guglie di un castello, racconti dei deliri dell’oste della polveriera, feste popolari, varnelli, musica troppo tranquilla, solidarietà e sorrisi, ma pure disagio che rimane l’altro filo conduttore travalica regioni e province intrecciando complicità.

 

Da un rincon del sur este mexicano

sabato, marzo 15th, 2014

zapatistas que bailan
Zapa, zapatista
ay mueve la cintura
que a mi me da locura
el verte así bailar!

 

#Note di viaggio: Chiapas, Oventic, San Cristobal de las casas

Quando la combi ti fa scendere davanti al cancello di Oventic, in quel rincon del sur este mexicano, quell’angolo sperduto a 2500 metri sul mare, ti gira la testa.

Per le curve della strada, per l’altitudine, perché voltandoti vedi che esistono davvero, loro, gli zapatisti, quelli con il volto coperto. Li vedi lì, proprio come in certi scatti un po’ rubati -come questi – che qualcuno ha fatto prima di te.

In quel momento realizzi che in quello spazio così fuori dal mondo, quell’ultimo angolo, il più piccolo, sei tu a sentirti fuori luogo, con addosso le tue goffe certezze occidentali, delle scarpe troppo nuove o una frenesia da orologio.

Ma l’orologio si ferma e senti proprio un sussulto al cuore, uno sbam! quando leggi davanti ai tuoi occhi, su un cartello che puoi toccare, “Aqui manda el pueblo y el governo obedece“.

Allora ti appoggi al cancello di Oventic e rispondi alle loro pazienti domande, e ti devono venire in mente le parole di Marcos per riordinare le emozioni.

A noi zapatisti non meraviglia il nostro continuo e persistente sali e scendi nella lotta per la vita, cioè, per la libertà. Quello che davvero ci sorprende è che esistano persone come voi che, potendo scegliere destinazioni più gradevoli, comode e invitanti, decidono di portare il loro cuore nelle montagne ribelli del sudest messicano“.

Tutto intorno, le montagne.
Non senti nessun rumore, obbedisci ai sensi. Al fango sotto i piedi, al freddo quando cala il sole, alla lingua degli sguardi.
Eppure lo senti quel rumore, quello del conflitto, di quella guerra silenziosa che lì si combatte in ogni momento, a bassa intensità.

Lo senti dal peso dello sguardo delle donne che passano veloci – senza guardarti -, dall’atmosfera sospesa del caracol, dalla tenerezza di un fazzoletto davanti al volto che continua ad abbassarsi ad ogni parola, dalla guardia che ti risponde con un vago “No se…” ad ogni domanda scomoda.

Qui si continua a combattere, nella calma apparente di questa selva sperduta. Si combatte una guerra che distrugge i raccolti, le piantagioni e gli alberi, che cerca di togliere la terra invadendola, che assalta e ferisce, che uccide.

Come il 27 e il 30 gennaio scorsi, con l’ultima incursione al Municipio Autonomo 17 de Noviembre, del Caracol di Morelia, dove hanno saccheggiato e distrutto il caffè e gli alberi e ferito 3 campesinos.

Non te lo raccontano e devi aspettare di tornare in Italia per cercare di capire.

E mentre cammini tra i murales di Oventic tutto questo sembra non esistere.
Come mentre cammini tra le strade di casa tua e il Chiapas sembra un posto che esiste solo su una cartina.

Eppure lo sai che tutto questo esiste e non serve la geografia o l’orologio. Perché sai che il grande comincia dal piccolo e ciò che scuote il mondo e lo trasforma in un altro possibile inizia dal basso, con un mormorio.

3 luglio

domenica, luglio 3rd, 2011

I vestiti intrisi di CS, gli zaini da disfare, le felpe col cappuccio abbandonate sulla sedia.

Il silenzio del giorno dopo.
E il sole del primo mattino che ci sveglia, non ricordandoci di essere tornati a casa.

Il caffè continua a bollire sul gas, senza parlare facciamo i conti col disordine ammucchiato là dove gli occhi poche ore prima vedevano solo montagne.

E sento le mie caviglie sottili, piegate dal peso degli scarponi, e tutti gli aromi delle piante e dei boschi, e lo stupore delle cascate nascoste, che ti ho fotografato con lo sguardo per quando ci saremmo incontrati.

Noi non stavamo lottando. Noi facevamo l’amore con la valle.

Ed ogni passo sulla terra ci metteva in connessione, ed ogni respiro attraverso le sciarpe era quello del comune.
Ed ogni abbraccio ri-conoscente sui sentieri era la risposta alle domande che loro non si faranno mai.

Perché mentre noi cospiri-amo,
loro stanno già perdendo.
E hanno già perso tutto, perché è sempre stato nostro: il verde che riempie gli occhi, l’odore della valle, la stretta delle rocce.

 

valsusa