Appunti per un’Ipazia degli affetti

giugno 11th, 2014 by valijolie

variazioni su Le comunità terribili 

femminile plurale

Nelle comunità terribili.
Ma anche nelle nostre fottute dinamiche.
Se nessuno ha il diritto – o riesce – a dire la verità sui rapporti umani, per le donne questo è doppiamente vero.
La donna che compie un atto di verità, che fa un uso pericoloso della lucidità per scardinare rapporti di potere e immaginari dominanti sarà immediatamente catalogata come isterica – o zavorra.

In ogni comunità terribile si fa esperienza dello stupefacente silenzio delle donne. La parola femminile de-cade, si avviluppa in se stessa, esiliata ed auto esclusa.
Una parola strana e inquietante, carnale.
A cui non viene chiesto di tacere – a volte anzi si lamenta il contrario – ma che pure pare desiderabile che lo faccia.

La parola femminile è rumore, fastidioso o anodino.
Dove non scatena diffidenze, taciute o manifeste, diffida di se stessa, cosa ancora peggiore.

L’umiliazione sistematica – il pregiudizio – è semplicemente un confine che si assottiglia, quello della follia in cui la nostra parola potrebbe darsi.

Siamo pazze, o rompicoglioni.
Salomè disturbate, cenerentole dal magma incandescente. incompatibili con l’inconscio atavico da maschio eteronormato. Irrigidito, infastidito.

Inorgoglito davanti a un’altra-forma-di-immaginario che ha voglia di toccare e mettere in discussione tutto.
Un’Ipazia dell’affettività e dei mai risolti rapporti tra uomini e donne.

Ancora oggi monosessuali, eterosessuali, antisessuali.

#Note di viaggio – Corridonia

giugno 8th, 2014 by valijolie

note di viaggio.
di notte su un divano di sciarada.

Luoghi: Ancona, Macerata, Corridonia, Rancia di Tolentino

Il treno che porta dalla romagna a sud è ricolmo. Di caldo, di desideri di mare stipati in piedi tra i vagoni.
Lo scambio di sguardi complice innesca la conversazione che arriva subito al sodo: il biglietto la prossima volta ce lo deve regalare trenitalia.

Ce lo deve regalare quel treno benedetto coi binari a due metri dalla spiaggia, che dalla riva dell’adriatico ad Ancona entra in un altro tempo, di freni bruciati, campagne e cemento misero, di paeselli in salita e di arditi.

Qui un altro pezzo di colline che abbiamo iniziato a vedere insieme, di quell’appenino tra rimini pesaro e urbino. 

Strade sempre troppo lunghe tra un borgo e l’altro, ma resistenze generose ad ogni fermata.

Il cibo è ogni volta abbondante: sughi alla spigola, agli asparagi e pomodorini, fajitas di pollo, falafel. Innaffiato con Varnelli, rigorosamente senza ghiaccio, dalla ricetta marchigiana del mistrà.
Le cucine si incontrano come i dialetti, tutti contagiosi. E nelle inflessioni di Corridonia tutti trasformano la B in V come a cuba.

La campagna odora di storie di provincia, indolenti e orgogliose. Gente tosta che si dà da fare.
Urgenza di riappropriarsi di nomi, narrazioni e immaginari collettivi, distorti o dimenticati. La Soms, società operaia di mutuo soccorso, che sull’insegna scrive “club” come fosse un pub. Corridoni e gli Arditi del popolo.

Scambi curiosi, metropoli e non metropoli che si incontrano. Nello scontro quotidiano non c’è differenza, nella radicalità è la metropoli invece a dare troppo per scontato.

Portare in giro micce di detonazione cittadine. Anche solo parlare del movimento nun te pago è dirompente.

Poi la notte.
Balli sotto le guglie di un castello, racconti dei deliri dell’oste della polveriera, feste popolari, varnelli, musica troppo tranquilla, solidarietà e sorrisi, ma pure disagio che rimane l’altro filo conduttore travalica regioni e province intrecciando complicità.

 

Retrouvez la définition de autonomie

giugno 3rd, 2014 by valijolie

degrado
Il solo modo di vivere la nostra vita è quello di essere assenti. Assentarsi dalle sue provocazioni, restare indifferenti ai suoi valori, lasciare i suoi stimoli senza risposta: questo è l’incubo permanente del dominio cibernetico, cosa a cui il potere risponde con la criminalizzazione di ogni comportamento di estraneità e rifiuto del capitale.

Autonomia allora significa diserzione: dalla famiglia, dall’ufficio, dalla scuola, dal ruolo maschile e femminile, da ogni tutela, da tutti quei merdosi rapporti ai quali ci crediamo obbligati. Diserzione senza fine.

Pandora

maggio 31st, 2014 by valijolie

pandora

No pasaran non è solo un aggiornamento di stato su fbi

maggio 14th, 2014 by valijolie

C’è chi…

…l’antifascismo è nella mia testa un’equazione netta con la democrazia,
…condanna le risposte antifasciste perché la violenza porta violenza, anche quando sono i fasci ad accoltellare per uccidere,
…facciamo un selfie antifascista per dire no a forza nuova,
…piazza tre martiri state of mind
…le strade sono degli antifascisti, fin dove arriva l’autorizzazione,
…se un fascio attraversa un presidio non bisogna fare troppo rumore per allontanarlo,
…se i fasci arrivano ad un presidio armati, con tirapugni e cinghie, difesi dalla polizia, le merde sono i compagni e le compagne che con tutti i mezzi quella piazza la difendono, per tutti e tutte, senza protagonismi.


C’è chi…

…ha paura che l’egemonia politica gli sfugga di mano e che gli saltino i teatrini e le belle facce davanti a 4 cadaveri istituzionali,
trova degni i partigiani solo se vecchi o morti, solo se le loro pratiche di opposizione al nazisfascismo, anche violente se necessario, restano in un tempo lontano, epico e rassicurante.

Ecco questi…questi saranno sempre nemici della plebe.
Zavorre del conflitto che barattano ogni giorno un pezzettino di libertà gioiosa e ribelle in virtù di qualche parrocchia che un giorno tutti noi speriamo diventino macerie, insieme a tutte le altre.

 

Eppur bisogna andar.

Ciao Gabriel

aprile 18th, 2014 by valijolie

Mentre ci perdiamo tra i vicoli di Marsiglia, parliamo di puttane, ronde e di un tizio francesce con un nome familiare  che ha disegnato casino totale.

Mi guardi un attimo, con quel tuo sguardo clandestino, e mi dici: ho in mente un viaggio in sud america.
E la Storia ci catapulta lì, in quella terra dove la gente campa e lotta e ha pure il tempo di amare.

Dove le ore lente prendono a calci la miseria. Dove si muore tutti i giorni.

Ti dico: mi piace l’odore che hai. La storia la scriviamo noi, non ce ne fotte niente delle citazioni.

marquez

Dimanche

aprile 13th, 2014 by valijolie

volpinaLa domenica anche le volpi hanno le favole confuse.

credits: http://helenaperezgarcia.blogspot.it/

Santa Muerte

aprile 9th, 2014 by valijolie

santa muerte

Delinquente e clandestina tu mi danzi attorno.
Scheletrica e sfacciata, tiri i fili delle mie storie.
Ti porti sotto al tuo mantello compagni giovani e belli, e fragili vecchine.
Ti porti sul tuo ghigno tutta la mia impotenza.
Per questo io ti voglio amare e ti prometto, santa muerte, che ballerò con te, e sarò più provocante.
E sull’orlo di ogni fine ti guarderò dritta negli occhi e ti dirò: ci riprendiamo tutto.

 

Da un rincon del sur este mexicano

marzo 15th, 2014 by valijolie

zapatistas que bailan
Zapa, zapatista
ay mueve la cintura
que a mi me da locura
el verte así bailar!

 

#Note di viaggio: Chiapas, Oventic, San Cristobal de las casas

Quando la combi ti fa scendere davanti al cancello di Oventic, in quel rincon del sur este mexicano, quell’angolo sperduto a 2500 metri sul mare, ti gira la testa.

Per le curve della strada, per l’altitudine, perché voltandoti vedi che esistono davvero, loro, gli zapatisti, quelli con il volto coperto. Li vedi lì, proprio come in certi scatti un po’ rubati -come questi – che qualcuno ha fatto prima di te.

In quel momento realizzi che in quello spazio così fuori dal mondo, quell’ultimo angolo, il più piccolo, sei tu a sentirti fuori luogo, con addosso le tue goffe certezze occidentali, delle scarpe troppo nuove o una frenesia da orologio.

Ma l’orologio si ferma e senti proprio un sussulto al cuore, uno sbam! quando leggi davanti ai tuoi occhi, su un cartello che puoi toccare, “Aqui manda el pueblo y el governo obedece“.

Allora ti appoggi al cancello di Oventic e rispondi alle loro pazienti domande, e ti devono venire in mente le parole di Marcos per riordinare le emozioni.

A noi zapatisti non meraviglia il nostro continuo e persistente sali e scendi nella lotta per la vita, cioè, per la libertà. Quello che davvero ci sorprende è che esistano persone come voi che, potendo scegliere destinazioni più gradevoli, comode e invitanti, decidono di portare il loro cuore nelle montagne ribelli del sudest messicano“.

Tutto intorno, le montagne.
Non senti nessun rumore, obbedisci ai sensi. Al fango sotto i piedi, al freddo quando cala il sole, alla lingua degli sguardi.
Eppure lo senti quel rumore, quello del conflitto, di quella guerra silenziosa che lì si combatte in ogni momento, a bassa intensità.

Lo senti dal peso dello sguardo delle donne che passano veloci – senza guardarti -, dall’atmosfera sospesa del caracol, dalla tenerezza di un fazzoletto davanti al volto che continua ad abbassarsi ad ogni parola, dalla guardia che ti risponde con un vago “No se…” ad ogni domanda scomoda.

Qui si continua a combattere, nella calma apparente di questa selva sperduta. Si combatte una guerra che distrugge i raccolti, le piantagioni e gli alberi, che cerca di togliere la terra invadendola, che assalta e ferisce, che uccide.

Come il 27 e il 30 gennaio scorsi, con l’ultima incursione al Municipio Autonomo 17 de Noviembre, del Caracol di Morelia, dove hanno saccheggiato e distrutto il caffè e gli alberi e ferito 3 campesinos.

Non te lo raccontano e devi aspettare di tornare in Italia per cercare di capire.

E mentre cammini tra i murales di Oventic tutto questo sembra non esistere.
Come mentre cammini tra le strade di casa tua e il Chiapas sembra un posto che esiste solo su una cartina.

Eppure lo sai che tutto questo esiste e non serve la geografia o l’orologio. Perché sai che il grande comincia dal piccolo e ciò che scuote il mondo e lo trasforma in un altro possibile inizia dal basso, con un mormorio.

3 luglio

luglio 3rd, 2011 by valijolie

I vestiti intrisi di CS, gli zaini da disfare, le felpe col cappuccio abbandonate sulla sedia.

Il silenzio del giorno dopo.
E il sole del primo mattino che ci sveglia, non ricordandoci di essere tornati a casa.

Il caffè continua a bollire sul gas, senza parlare facciamo i conti col disordine ammucchiato là dove gli occhi poche ore prima vedevano solo montagne.

E sento le mie caviglie sottili, piegate dal peso degli scarponi, e tutti gli aromi delle piante e dei boschi, e lo stupore delle cascate nascoste, che ti ho fotografato con lo sguardo per quando ci saremmo incontrati.

Noi non stavamo lottando. Noi facevamo l’amore con la valle.

Ed ogni passo sulla terra ci metteva in connessione, ed ogni respiro attraverso le sciarpe era quello del comune.
Ed ogni abbraccio ri-conoscente sui sentieri era la risposta alle domande che loro non si faranno mai.

Perché mentre noi cospiri-amo,
loro stanno già perdendo.
E hanno già perso tutto, perché è sempre stato nostro: il verde che riempie gli occhi, l’odore della valle, la stretta delle rocce.

 

valsusa